
Il rinvenimento della fornace presso la foce dello Jato apre scenari inediti per la storiografia e l’identità culturale di Balestrate. Approfondiamo l’argomento con Benedetto Lo Piccolo, dirigente scolastico e studioso della romanità nel comprensorio.
Professore Lo Piccolo, il ritrovamento di un impianto produttivo proprio alla foce del fiume conferma la validità delle sue ricerche sulla vivacità degli insediamenti umani nella Valle dello Jato.
«La scoperta risale a qualche tempo fa, merito dell’intuizione di un subacqueo, Nino Pagano, che individuò numerosi frammenti ceramici sul fondale. Inizialmente interpretati come il carico di un relitto, si rivelarono poi indizi di una fornace situata sulla falesia sovrastante. È ipotizzabile che nel 1870, durante i lavori ferroviari, altri impianti simili siano stati sepolti dal terreno di riporto. Gli accumuli in acqua, in corrispondenza della struttura, sono i cosiddetti “scarti di fornace”: pezzi deformati o crepati durante la cottura che venivano smaltiti in mare o riutilizzati come materiale di riempimento per moli e banchine».
La massiccia presenza di frammenti, in parte già repertati e custoditi nelle scuole locali, cosa suggerisce?
«Indica che l’officina operò a regime industriale per un lungo periodo. Dobbiamo immaginare un sistema integrato: nell’area dell’attuale invaso Poma e a San Giuseppe si producevano olio e vino; le merci viaggiavano lungo il fiume su chiatte a fondo piatto fino alla foce. Qui, le anfore appena sfornate venivano riempite, sigillate e caricate sulle navi onerarie dirette a Roma o in Nord Africa in quanto il commercio si svolgeva, per la mancanza di un adeguato sistema di vie di comunicazione terrestri, prevalentemente sul mare. C’è da dire che il commercio in Sicilia era florido perché i venti favorevoli permettevano ai mercanti fino a due carichi l’anno. La foce dello Jato non era un semplice approdo, ma un hub logistico millenario dove la navigabilità del corso d’acqua garantiva il trasporto rapido delle derrate verso la costa. Inoltre, considerata la buona qualità delle acque, era uno dei pochi punti dove le flotte militari e mercantili facevano riserva di acqua potabile».
Quali altre testimonianze nasconde questo quadrante?
«Il nodo strategico della Via Valeria, presso la Madonna del Ponte, fungeva da raccordo tra l’entroterra e i porti, supportato dagli stazzoni (officine ceramiche). Siti come Piano Inferno o Piano del Re fino alla foce del Nocella, porto commericale della città che si trovava sul piano del monte Palamita (visibile dal satellite), producevano contenitori progettati per il grande commercio marittimo, già dotati di sistemi di tracciabilità quali bolli e tituli picti . Questa vocazione mercantile, avviata dai Fenici, dai greci e potenziata dai Romani, trasformò le foci dello Jato, del Nocella e del Calatubo fino al San Bartolomeo in un distretto industriale integrato, nevralgico per l’economia mediterranea dell’Impero».
Che configurazione avevano gli insediamenti in quest’area e quali direttrici seguivano?
«Più che un borgo compatto, le terre delle balestrate erano un distretto produttivo costiero che seguiva le linee di riva e le vie fluviali. Lo stazzone alla foce dello Jato era il terminale logistico dove le merci interne venivano confezionate. Qui si modellavano anfore dal corpo allungato e puntale inferiore, fondamentale per lo stivaggio verticale nelle stive. Per prevenire l’ossidazione di vino e olio, i contenitori venivano chiusi con sughero, di cui era abbondante il bosco, o dischi in terracotta (operculum), isolati con resina o pece. La tracciabilità era affidata al Pitum (etichetta di cuoio) o a iscrizioni che distinguevano le amphorae vinariae dalle oleariae . Il panorama dei contenitori in terracotta era completato dai dolia — imponenti vasi interrati per la fermentazione con capacità fino a 1.200 litri — e da vasellame minore come ampulla e guttus».
Cosa rivela, in definitiva, la distribuzione di queste officine?
«La presenza di impianti anche nell’attuale centro urbano (vicino la stazione dove erano ubicate sia la Torre della Sicchiarìa e poi la tonnara dei Fardella) dimostra che l’attività industriale si estendeva per chilometri in tutto il Golfo dal San Bartolomeo al Nocella. È inoltre plausibile che, fino al XV secolo, i vari estuari, ospitassero delle “Gisie”, botteghe di tintura situate vicino ai corsi d’acqua. Il bosco del territorio (Selva Partenia) fino ai monti era infatti ricco di materie prime: il Sommacco per la concia delle pelli, il Guado per l’estrazione del blu e la Robbia per il pigmento rosso».
Quali prospettive aprono questi ritrovamenti?
«Immagini un percorso archeologico che parta dal Castello di Calatubo, scenda verso l’emporio fenicio e prosegua lungo il litorale toccando le fornaci dello Jato e che risalga fino alla Madonna del Ponte. Sarebbe uno degli itinerari più spettacolari della Sicilia, capace di coniugare archeologia subacquea e storia industriale con le esigenze sportive di chi fa le camminate o la corsa, di chi va in bici».
Qual è la via per valorizzare questo patrimonio?
«È necessario un approccio moderno che trasformi il territorio in un museo diffuso. Non si tratta soltanto di intraprendere nuove campagne di scavo, ma di rendere finalmente visibile l’invisibile».




