Nuovo romanzo della Torregrossa, la recensione: “Un affresco di un secolo di vita femminile”

Di seguito la recensione del professore Gaetano Sciascia dell’ultimo libro di Giuseppina Torregrossa, “Corta è la memoria del cuore”.

Il nuovo romanzo di Giuseppina Torregrossa, Corta è la memoria del cuore, richiama naturalmente accanto a sé due compagni di lettura: la poesia Passato di Cardarelli e le Lezioni americane di Calvino.

La vita come un giro di valzer breve e intenso, la fine inscritta già nell’inizio, dimenticata e rimossa finché la morte non presenta il conto: Cardarelli ci ammonisce con il suo pondusesistenziale, ricordandoci che “dovevamo saperlo che l’amore brucia la vita e fa volare il tempo”, Calvino, invece, ci affida alla levitas, che alleggerisce i macigni del cuore.

Tra queste due polarità la Torregrossa sembra trovare un equilibrio: la sua scrittura si libera del peso, senza mai smarrire profondità. E questo equilibrio si traduce in una magistrale prova di scrittura librata ed equilibrata tra saga familiare e diario intimo.

Se Cardarelli e Calvino sono i compagni ideali di lettura di “Corta è la memoria del cuore”, la colonna sonora potrebbe essere l’album “Piccoli spostamenti del cuore” di Giorgio Gaber, soprattutto nel brano “La gente è di più”, con quei versi che risuonano come un contrappunto alla memoria e al tempo: “poi d’un tratto trovarseli vecchi, che sensazione / un attimo per farsi perdonare e per dirsi addio / con i capelli bianchi e la dolcezza dell’oblio. / Ma non è dalla morte che vi suol parlare / ma piuttosto del cuore / di quell’accattone di affetto così lento a capire”. 

Il romanzo si dispiega come un affresco di un secolo di vita femminile, narrato attraverso le donne della famiglia Accoto, custodi di un’eredità fatta di conflitti, abbracci mancati, parole negate e tardive riconciliazioni. A dare origine alla genealogia è Teresa, nata agli albori del Novecento: donna austera e intelligente, dotata di un dono misterioso – “l’occhio pesante” – che le consente di penetrare nell’animo altrui e intravedere frammenti di futuro. La sua intransigenza, la sua ironia e i suoi silenzi segnano profondamente la figlia Elena, protagonista del romanzo, cresciuta in un costante desiderio di carezze non ricevute e di parole mai pronunciate.

La narrazione si allarga poi alle generazioni successive, intrecciando un coro femminile che attraversa il “secolo breve” fino ai nostri giorni. Ed è proprio nel rapporto con le nipotine che Elena, ormai nonna, trova l’occasione di spezzare la catena dei silenzi: il dolore ereditato di madre in figlia si trasforma finalmente in una lingua comune, in un filo che non imprigiona ma unisce, aprendo la strada a una nuova possibilità di amore.

In Corta è la memoria del cuore, la tipica abilità narrativa della Torregrossa di farsi cuntastorie, affascinante e divertente, c’è per intero e al suo meglio. Il cuntu qui si fa strada affettiva: dà voce ai sentimenti e li ricompone in un romanzo che è insieme biografico e universale, specchio dei rapporti familiari esplorati nel loro sviluppo e nella loro presenza viva.

Perno del romanzo, dall’incipit fino alla sua conclusione, è la figura di Teresa, presentata così nelle prime pagine: “si apprestava, tra maledizioni e sortilegi, a raggiungere il traguardo dei cento anni. Il marito era scomparso da tempo e le amiche, se mai ne aveva avute, si erano perse per strada. I figli, stanchi della sua lingua affilata, si tenevano a distanza di sicurezza. La solitudine l’aveva inasprita. Sola era, sola e condannata a vivere”.

Teresa è indubbiamente figura archetipica della Grande Madre, presenza insieme generatrice e divorante: radice che sostiene e nello stesso tempo peso che trattiene, simbolo dell’ambivalenza profonda del femminile originario. 

E così, nelle ultime righe, la sua immagine si chiarisce: per Elena, la figlia diventata madre della propria madre, arrivata l’ora “di cominciare a nuotare in solitaria”, Teresa rimane, proprio per la sua forza ancestrale, “quel vecchio tronco che andava alla deriva”, a cui la figlia ancora “si abbarbicava”. 

Teresa, pur alla deriva, resta ancora l’appiglio ultimo: un corpo logoro che continua a trattenere e a nutrire, fragile sostegno e insieme radice che non si può recidere senza dolore, a dire la resistenza di una madre che non smette mai di essere madre.

Accanto a questa dimensione grave e archetipica, tuttavia, Giuseppina Torregrossa dimostra una straordinaria capacità di maneggiare l’incandescente materia autobiografica con ironia e affabulazione narrativa. Ne nascono pagine godibilissime, come il capitoletto “Il telefono”, macchiettistico e irresistibile, o come quello dedicato a Romeo, il gatto cui Teresa riserva carezze e tenerezza – “armaluzzu…”, gli sussurra – salvo poi scacciarlo con un calcio improvviso e l’apostrofe tagliente: “Pezzo di stronzo”.  E ancora, le pagine dedicate alla deriva di Teresa: piene di tenerezza, gustose e liberatorie, capaci – in chiave libroterapica – di rinvigorire la fatica quotidiana dei caregiver familiari e di stemperare in una risata le piccole tragedie domestiche, tra le pieghe del cuore, i sensi di colpa e le ire improvvise.

Corta è la memoria del cuore” è dunque un romanzo che intreccia memoria privata e mito universale, biografia e invenzione, gravità e leggerezza. 

La Torregrossa riesce a trasformare la nostalgia per le diverse pieghe della vita familiare – ora dolorose, ora piacevoli, ora legate alle necessità del quotidiano – in racconto, e il racconto in affabulazione che diverte, commuove e fa riflettere. Una scrittura che sa cucire con grazia i lembi del tempo e del cuore, lasciando nel lettore l’impressione di avere toccato non solo una vicenda singolare, ma un archetipo dell’esistenza: quello della madre, della figlia, della donna che genera e trattiene, che custodisce e, infine, riconcilia.                                                                        

Gaetano Sciascia